In navigazione tra “Isole” deserte

Sotto un cielo variabile, quale quello che ci sovrasta nei primi giorni, non è difficile andare grosso modo verso meridione. Il sole invernale del 66° parallelo viaggia circa da sud est a sud ovest, quindi mai lontano dal sud. Basta scorgerlo di tanto in tanto tra le nubi, metterne la posizione in relazione con qualche altura o pianura visibile e tenere quest’ultima come riferimento finché possibile, senza preoccuparsi di fare calcoli.

Avevo già sperimentato con soddisfazione d’estate questo sistema di navigazione: la capacità della mente di “incrociare” le indicazioni date dal territorio per aggiornare passo dopo passo la mappa interiore si rivela più che sufficiente per tenere una rotta (cfr. n. 220, 232 e 247).

Questa volta lo spirito del viaggio rende ancora più serena la ricerca del percorso: vagabondi quali proviamo ad essere, siamo contenti di fare un buon cammino, di imparare a convivere col deserto; e se a fine giornata ci troviamo in un punto anziché in un altro non fa nessuna differenza. Nei momenti di schiarita certi amplissimi coni, certi scogli giganteschi emersi dal mare di lava, certi complessi massicci vulcanici o monti tabulari colpiscono la nostra attenzione, diventano mete provvisorie verso cui andare. Scivolando in quella direzione si può scoprire altro, che invita a divagare; oppure repentine variazioni del tempo possono costringerci all’attesa.

Mentre procediamo verso il cuore dell’Ódáđahraun una tormenta furiosa ci blocca per tre giorni e quattro notti nella tenda: il vento, che quasi atterra, solleva polvere di neve così densa da rivestire in pochi istanti ogni cosa o persona; avanzare è troppo difficile. Nulla di male: sostare in una piccola tenda immersa in una corrente incessante di vento e neve, che isola da ogni altra cosa terrena, non è esperienza banale. Ed è interessante scoprire che ogni notte il vento tende a calare: la quarta notte così riusciamo a salpare, a riprendere il largo nel piano immenso e oscuro, pieni dell’emozione delle partenze per l’infinito. Quattro giorni fa, guardando avanti, avevamo visto uno sperone roccioso verso cui tentiamo di dirigerci nel buio nebbioso. Sandro prova a lanciare innanzi un grido, per vedere se un’eco risponda, rivelando le rocce. Mistero: l’eco ritorna, ma da dietro di noi, dal grande vuoto! Eppure, dopo non molto, la base dello sperone prende forma davanti a noi. E così di volta in volta scivoliamo avanti, approdando ogni tanto a un’isola avvolta nelle nubi, ciascuna con i suoi diversi segreti.

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