L’Ignoto oltre la cresta

In questo scenario di roccia e neve, le creste che traversano la penisola ci vengono incontro come alte onde scoscese in rapida successione. Il cielo grigio che in perenne movimento si alza e si abbassa tra le cime, le avvolge, le libera e le riavvolge, ci lascia intravedere, ora a distanza, ora da vicino, intagli e selle nei crinali, che subito diventano per noi ipotetici punti di passaggio. Finché non saremo lassù non sapremo nulla di ciò che si trova al di là, se vi potremo scendere e quale nuovo paesaggio ci attenda. Ma è proprio il desiderio di raggiungere quel mondo ignoto, di vederne emergere una nuova valle con le sue infinite forme di roccia, di neve e di acqua, con i suoi rari esseri viventi che vi soggiornano come solitari eremiti, con le nuove cime splendenti o nebbiose solcate dalle loro vie naturali, a costituire per Mario e me un forte motivo di attrazione per traversate come questa.

C’è molto da riflettere sulla gioia di questi momenti, che nella nostra ricerca del percorso oltre gli spartiacque della penisola si ripetono per più di venti volte, restando spesso indimenticabili. I passaggi più emblematici sono i numerosi scavalcamenti di creste nella nebbia fitta, quando il mondo che ci attende sul versante di discesa non solo è sconosciuto, ma assolutamente invisibile anche mentre vi caliamo. Talvolta, in un biancore assoluto di neve e nebbia, solo a tentoni riusciamo a percepire il limite tra lattigine gassosa e solida, sulla cui inclinazione possiamo posare i nostri scarponi. Quasi sempre il seguito avviene nello spazio di pochi passi: il rivelarsi del paesaggio ignoto, dopo lunghi momenti di progressi impercettibili, accelera imprevedibilmente. Prima ancora di capire che siamo sbucati sotto gli strati di nubi, un mondo nuovo ci riempie gli occhi: è un anfiteatro di pareti nere e di ghiacciai azzurrastri che pendono dalle brume, o una valle muscosa e chiazzata di licheni che si è guadagnata uno spazio misterioso tra i picchi, o ancora uno stretto e profondo corridoio di rocce striate di nevi, colorato di laghetti di un blu lapislazzulo incomprensibile, come accesi da una luce propria che non sembra poter venire dal cielo oscuro. In un tempo altrettanto breve il sollievo per la praticabilità del colle lascia il posto all’entusiasmo di poter guardare qualcosa che è completamente nuovo. Perché tutto quanto abbiamo davanti non è soltanto bello è misterioso: per noi è come se fosse stato appena creato; è qualcosa che non è stato fatto dall’uomo, qualcosa su cui non si sono ancora formati né preconcetti né vie prestabilite; ogni sguardo su di esso è un’esplorazione, che trae la gioia più pura dal semplice modo di essere di ciò che si scorge.
Ma perché così poche persone paiono cercare questo sguardo? Cosa occorre dentro di noi?

Quando sono sul territorio, o ricordo il territorio, credo che il mio pensiero spesso si svolga più per immagini e altre sensazioni significative che non attraverso parole; sequenze di lunghi ragionamenti e riflessioni sul modo di essere di un paesaggio, sul nostro cammino in mezzo a esso, scorrono dentro di me come una sorta di proseguimento interiore del divenire della natura: il fluire di una cascata remota, il continuo sfumare dei toni di colore di un versante chiazzato di neve lungo cui si spostano veli di vapore, un sistema di faglie che crea una linea continua di valloncelli e canaloni attraverso valli e montagne successive, un gruppo di renne al pascolo che presto alzeranno il capo e saranno prese da curiosità al nostro sopraggiungere, tutto questo si trasforma in un paesaggio interiore pieno di risposte in cui le parole, se appaiono, fanno già parte di una traduzione. È qualcosa che paragonerei all’immergermi nell’ascolto di un brano di musica sinfonica, pieno di significati senza che intervengano spiegazioni a voce. Credo di dovere la mia facilità a orientarmi nella natura a questa univocità di linguaggio tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore; e credo che sia questa medesima corrispondenza ad aprire anche in me, al rivelarsi di un nuovo territorio oltre la cresta, uno spazio nuovo che di colpo rivela più vasta anche l’esistenza.
Ma come comprendere a fondo in che modo il varcare un colle liberi gioia nell’interiorità di altre persone? Mario, che è cresciuto in un ambiente multilingue, è sempre più assorbito dalla ricerca delle parole corrette nelle diverse situazioni. È legato molto più di me al valore del linguaggio parlato e della sua espressività poetica; perciò ha portato con sé alcuni fogli con testi di poesie e di canzoni in russo e in tedesco. Una di queste, che gli è stata dedicata anni fa da suo padre, identifica l’indole del figlio proprio con il sogno di affacciarsi a un colle scorto dalla profondità della valle, oltre cui si nasconde ciò che cerca la sua fantasia, ma che egli non riesce a esprimere a parole. Ho proposto a Mario di condividere questa traversata non solo conoscendo la sua tenacia nel maltempo persistente e su terreni impervi, ma anche perché immaginavo che qui egli potesse vivere proprio di quel sogno, malgrado la fatica e grazie a essa. Infatti ogni giorno ci pesa sulle spalle lo zaino da venticinque chili, siamo infradiciati dalla pioggia e dai guadi, sprofondiamo nella neve cedevole e barcolliamo su versanti senza fine di massi instabili e bagnati, e in tutto ciò il cammino di Mario è reso molto più duro da un problema di salute. Ma fatica e sofferenza non sono il contrario di quel sogno; anzi, ancora una volta è proprio il senso della labilità delle cose, la sensazione che questo mondo misterioso potrebbe divenire per noi più difficile da raggiungere, a farci notare di quali sfumature sia composto, a farci interiorizzare una bellezza che sicurezza di percorso e salute di ferro ci avrebbero fatto trascurare. Perciò, per quanto io sia in grado di raccontarlo, potrei dire che quando in questi giorni sbuchiamo faticosamente su una cresta, troviamo sì un ulteriore scenario fatto di semplici rocce, nevi marce, acque gelide e nubi tempestose che prospettano nuove fatiche, ma composte in un’armonia così espressiva e sorprendente da offrire a Mario la stessa emozione delle canzoni che più ama: nelle quali un concetto di per sé doloroso è espresso da parole di tale musicalità, e accompagnato da un suono così vibrante di bellezza, da trasformarsi nel suo contrario, in un messaggio di speranza; un messaggio che qui, amplificato dalla nostra “stupenda ignoranza”, risuona come in una sala dall’acustica eccezionale.

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