La ricerca della relazione perduta

Il tempo è denaro”, diceva Paperon de’ Paperoni, e la civiltà attuale gli dà pienamente ragione. Eppure questa massima non rispecchia ciò che avviene al di fuori della civiltà globale: la natura non ha fretta di “fare profitti”, neanche quando qualcosa accade rapidamente.

Ogni evento ha il suo ritmo: molto nell’universo appare in lunghissima attesa, altro si muove lentamente, mentre le trasformazioni più significative sono improvvise e violente (quelle ad esempio che modificano le forme della terra), ma subito torna la quiete. Anche il ghepardo, il quadrupede più veloce, passa quasi tutto il suo tempo a scrutare, ascoltare, annusare, attendere: lo scatto non dura che un minuto. Così era anche l’uomo arcaico, necessitato ad adattarsi agli stessi ritmi. Si dice che nessuno oggi vorrebbe tornare a vivere come quegli uomini: certo, più che altro perchè nessuno sarebbe più capace di tenere in vita una piccola comunità soltanto grazie a caccia e raccolta. Ma il punto non è questo.

Interessante è capire a fondo che cosa abbiamo perduto accettando lo stile di vita attuale, dove il benessere, i consumi, i servizi e la cosiddetta sicurezza si pagano proprio cedendo il tempo libero, il tempo non controllato dal sistema, il tempo del silenzio. Ma se mettiamo a fuoco cosa ci manca, possiamo tornare a cercarlo, scegliendo di riconquistare alcuni intervalli all’interno della vita attuale in cui il tesoro scomparso riemerga dalla terra. È questo il grande stimolo verso il recupero di dimensioni “lente”.

La grande difficoltà che impedisce alla maggior parte di noi di trovare vere soluzioni per “avere tempo” è che in realtà non sappiamo che cosa abbiamo perduto. Non si tratta di un valore misurabile o facilmente definibile, né di qualcosa che il nostro cervello può inquadrare ragionando a tavolino. Per scoprirlo dobbiamo almeno cominciare a ritrovarlo, il che avviene solo grazie a esperienze che stiano davvero fuori del concatenamento di “cose da fare” del tempo organizzato, fuori dal flusso di informazioni preconfezionate che di fatto programmano il nostro tempo, anche se magari fisicamente stiamo passeggiando a passo lento.

Movimento lento non vuol dire camminare adagio, ma camminare con la tranquillità di non sapere cosa accadrà fra poco; di non sapere chi e cosa si incontrerà, dove si arriverà. Significa non avere la fretta di conoscere il futuro e i risultati del proprio andare; significa possedere la calma di attendere con fiducia qualcosa di sconosciuto che il cammino o gli eventi presenteranno a tempo debito. Ma tutto questo oggi è tabù: perciò è così difficile prendere coscienza di cosa abbiamo perduto.

Ho avuto la fortuna di essere attratto fin da ragazzo dai lunghi viaggi a piedi attraverso catene montuose e territori selvaggi: è stato nel corso di quei mesi di immersione nella natura senza programmi precisi, e in seguito senza mappe e strumenti per l’orientamento, che ho intravisto cosa avevo perduto. La dimensione perduta è una relazione: emerge quando gli eventi e la via non sono organizzati dal cervello umano (con la sua fretta di sapere e arrivare, sapere e arrivare!), ma lasciati al divenire spontaneo dell’universo. Lì, appunto, si percepisce con certezza una relazione perduta, indefinibile e irrazionale, ma indubitabile. Qualcosa che accompagna, che dà fiducia nella nebbia o nella vastità senza riferimenti, che permette di convincersi che si sarà trovati dalla via. E così accade, anche se non sappiamo spiegarcelo.

Questo abbiamo perduto, e questo ha lasciato un vuoto abissale nella società, subito riempito dalla fretta di raggiungere obiettivi cerebrali. Ritrovarlo dipende dalla libertà di saper uscire dalla rete di informazioni, previsioni, risultati pianificati, contatti preconfezionati in cui siamo entrati tutti come i pesci della pesca miracolosa. Muoversi lentamente per ritrovare il tesoro perduto vuol dire far tacere l’ansia del cervello di controllare il futuro: silenzio di notizie, informazioni, programmi; muoversi in puro ascolto e attesa.

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