L’Avventura dell’Uomo Curioso

Apparentemente nel 1965 avviene un fatto clamoroso: Walter Bonatti, l’alpinista più forte e celebre del momento, 35 anni, rinuncia alle grandi scalate e inizia a viaggiare come fotoreporter del settimanale Epoca nei luoghi più selvaggi della terra. Molti, nel mondo della montagna, non lo capiscono: se la sua grande vocazione era l’alpinismo, perché dedicarsi ad altro? Eppure questo giudizio si deve basare su qualche errore: perché da subito, pagaiando sui fiumi artici, convivendo con gli animali “feroci” della savana, attraversando foreste in compagnia di indigeni primordiali, Bonatti è al suo posto, è di casa, eccezionalmente integrato, spirito e corpo, con quei mondi. Non può essere un’improvvisazione: quelle avventure erano già in lui. Non sarà che l’alpinismo, per il giovane Walter, era solo la più a portata tra le mille avventure che infuocavano i suoi sogni? La verticalità è stata una palestra straordinaria, e un trampolino, da cui finalmente, un giorno, gli si sono schiusi tutti gli altri orizzonti da sempre sognati. Se proviamo a seguire i punti cruciali di questa storia, possiamo non solo comprenderla, ma anche attingerne la meravigliosa eredità.

Il sogno
Negli anni ’60 il rapporto fra uomo e natura selvaggia, in Italia, è in qualche modo tornato vergine: i problemi del dopoguerra, il boom economico, il sogno del posto fisso, l’inesistenza del turismo esotico, lo relegano ai romanzi d’avventura e alla fantasia di pochi. Eppure i luoghi selvaggi esistono ancora, più che mai reali. Non solo: la televisione (in bianco e nero) è appena nata, e sono le prime riviste a colori a far conoscere il mondo. Incredibilmente, esistono anche editori illuminati. Quando Bonatti comincia a dire che abbandonerà l’alpinismo sportivo, un giorno viene convocato da Nando Sampietro, direttore di Epoca con cui aveva già saltuariamente collaborato, e Adolfo Senn, direttore delle 15 testate Mondadori, che gli fanno una proposta: dicono che è la persona adatta per ricreare la figura del giornalista ottocentesco alla Stanley (l’inviato americano che esplorò l’Africa Nera per ritrovare Livingstone). Con la libertà di andare dove vuole e quando vuole. Ed è in quest’ultimo “dettaglio” la chiave di lettura: Bonatti non sarà un “inviato”, né i suoi viaggi “spedizioni”, perché non c’è un direttore che lo invia o spedisce, ma lui stesso dovrà scavare nei propri sogni per metterli in atto e diventarne protagonista, per poi raccontare la sua vicenda umana nel confronto con la grande natura. Una libertà non circondata da un vuoto culturale, ma anzi da un’insolita attenzione: “al ritorno da ogni viaggio – ricorda Walter – l’anziano Mondadori scendeva dai piani alti e si faceva raccontare tutto da me per filo e per segno”.
Chi vuole, in queste condizioni di partenza può già scorgere la continuità con l’avventura alpinistica; ma rinviamo le conclusioni, c’è ben altro da scoprire. In primo luogo, cosa intende Walter quando dice che negli ultimi anni di alpinismo sportivo la sua visione sul mondo è già “a 360 gradi”? Evidentemente durante le spedizioni in Karakorum, in Patagonia, in Perù, o durante la prima traversata sciistica integrale delle Alpi, aveva già scoperto che popoli e spazi intorno alle montagne lo attraggono molto. Ma il sogno, come sempre, ha origine nell’infanzia, nell’adolescenza: è in quel tempo che ogni vocazione trova la sua sorgente. Osserviamo bene: Bonatti ragazzo passa anni nella Pianura Padana, e ore intere a fantasticare sulle rive del Po. I monti azzurrini all’orizzonte rappresentano “l’insormontabile”, mentre le sabbie e la corrente del fiume ricreano la Terra: “Il Po era il mio mare, le sue boscaglie le grandi foreste, e le secche i miei vasti deserti”. E c’è l’avventura: “per gioco andavo a nuoto con i miei amici sull’altra sponda, quella lombarda, attraverso le difficoltà della corrente”. Già prima, in vacanza dagli zii in Val Seriana, si era incantato del volo delle aquile e aveva elevato il modesto Monte Alben a tetto del mondo. Intanto, le fantasticherie sono alimentate dall’appassionata lettura dei grandi romanzi d’avventura e dai racconti degli esploratori: London, Melville, Defoe, Doyle, Amundsen e Scott, Stevenson, Hemingway, Conrad. E dunque, per iniziare il nuovo lavoro, dove andrà Bonatti?

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