Domande attorno all’esperienza della relatività

 

A undici giorni dalla partenza, provvisti ancora di cibo per una decina di giornate, siamo consci di dover volgere il cammino verso la nostra Itaca, il lago Myvatn, a nord ovest del deserto. Il maltempo è irremovibile, il manto di neve e di pietre laviche quasi sempre avvolto di nebbia. Navighiamo per nuove vie, lontane da quelle da cui siamo venuti, ormai perse nel vento. La stranezza della dimensione in cui vaghiamo non è pura suggestione, ma ha ragioni precise. Ed è dovuta al fatto che le forme dell’Ódáđahraun non sono state modellate dalle acque dei fiumi, che agiscono creando valli discendenti con continuità, creste spartiacque, bacini idrografici in cui si distinguono sorgenti, confluenze, foci, secondo una logica riconoscibile. In questo deserto, sotto la neve, non ci sono fiumi né laghi, perché tutte le acque scompaiono nelle cavità delle colate. Ogni forma è quella che ha preso la lava nel suo dilagare e solidificarsi, eruttando da innumerevoli bocche e fratture. Così un’apparente valle non è tale, ma solo una discesa che poco dopo può risalire; un apparente valico può dare accesso a uno spazio che guadagna quota anziché perderla; una vasta conca può avere in mezzo una montagna, e una montagna una conca al posto della cima. Trovarsi in salita, in discesa o su un versante non dice perciò quasi nulla della propria posizione nella regione. Bisogna affidarsi ai rari sollevamenti della nebbia che lasciano vedere qualcosa di più, come la base di qualche vulcano di cui si ha memoria, o l’alone chiaro del sole. O dar fiducia al vento: spesso non resta che provare a dedurne la direzione approssimativa (ad esempio durante un’apparizione del disco solare) e poi partire galleggiando nel fluido di latte, insondabile, tenendo la rotta grazie alla sola pressione del vento su un certo lato del corpo. Per tutta la durata della luce. Un’esperienza antica come la vita sulla terra, come sentirsi al fianco di uccelli migratori nelle correnti dei cieli, o tra batteri infinitesimi che migrano in un liquido orientandosi con la forza di gravità.
Un giorno teniamo a destra da mattina a sera il vento di nord est, con visibilità zero. Siamo quindi andati a nord ovest, verso il Myvatn, verso l’uscita dal deserto. L’alba che segue, con sorpresa, ci mostra per un istante il sole appena sorto: nella direzione che stavamo tenendo ieri sera! Sì, le tracce presso la tenda parlano chiaro: partiti ieri verso nord ovest, abbiamo finito per andare a sud est, verso il cuore del deserto che fuggivamo! Riflettiamo. Il vento ha girato senza che potessimo accorgercene; e noi abbiamo girato con lui, di 180 gradi. Ma da che parte ha girato il vento, e noi di conseguenza? Proviamo a interrogarci schematizzando sul quaderno le diverse possibilità, finché ci è palese che non possiamo rispondere. Potremmo aver compiuto mezzo cerchio sia a destra che a sinistra senza percepire alcuna differenza. Non sappiamo più nulla di dove siamo. Mi pare di essere entrato in uno degli esperimenti ideali che propose Einstein per spiegare la teoria della relatività. Un pensiero affascinante…

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