2001 Odissea in Islanda

 

Riprendo questo mio articolo perché molta parte delle esperienze in queste terre è evocata nel mio ultimo libro La vocazione di perdersi. Sensazioni, riflessioni e stati d’animo sono tuttavia attuali e universali” Franco

Il valore di terre come l’Islanda, in gran parte selvagge ma tradizionalmente percorse dai non numerosi abitanti, sta anche nel fatto che il movimento sul territorio non è soggetto alla richiesta di permessi né al controllo satellitare a distanza, cui invece si è costretti ai Poli o sulla calotta groenlandese. Si possono perciò effettuare esperimenti altrove negati. Tuttavia nel villaggio di Reykjahliđ, piccolo abitato sulle rive del lago vulcanico Myvatn, nel nord dell’isola, località di partenza e di ritorno del nostro vagabondaggio, abbiamo evitato accuratamente di accennare alla nostra rinuncia a carte e strumenti. Gli islandesi ne hanno fatto a meno nei loro deserti per 1100 anni, e forse per reazione oggi considerano indispensabili le più sofisticate tecnologie di navigazione e di telecomunicazione satellitari. Non sarebbe opportuno suscitare clamore: è saggio che chi non voglia aderire in tutto e per tutto alla mentalità del proprio tempo impari talvolta a tacere, e a raccontare i risultati dopo aver realizzato il proprio progetto. Così, con la massima semplicità, Sandro Fulghieri, Mauro Bongianni ed io, adattati tre bob di plastica per bambini ad uso di pulka da traino e caricatili di 40 kg a testa di materiale e viveri per 20 giorni (polenta, pasta, burro, formaggio d’alpeggio, bresaola, müsli e cioccolato), consultate le carte del deserto per farcene un’idea e poi abbandonatele alla base, sul finire di febbraio lasciamo le rive fumanti del Myvatn. Ci dirigiamo a sud, oltre alcune montagne visibili dal lago, dove si estende l’Ódáđahraun, considerato il più vasto deserto lavico del mondo. Nessuno di noi ci è mai stato prima, ma le dinamiche dell’Islanda mi sono note. Sono al mio quarto viaggio sull’isola, che nel 1991 avevo attraversato secondo un’idea classica: la linea da costa a costa, nel cuore della terra, con carta, bussola e orologio. Ora invece vogliamo vagabondare nelle quattro dimensioni.
L’inverno, molto povero di neve a bassa quota, ci offre uno speciale privilegio: la totale assenza delle motoslitte. L’immensità interna, dove la neve è più abbondante, è perciò davvero un mare ondulato totalmente solitario; vasti e complessi gruppi vulcanici emergono qua e là come isole, a formare una sorta di arcipelago. Un terreno ideale per la nostra odissea, ai cui margini settentrionali il lago Myvatn rappresenta l’Itaca a cui tornare. Non dopo vent’anni, ma venti giorni: in fondo, è solo un esperimento.

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