Esploratori all’incontrario (prima parte)

Davvero le montagne perdono la cosiddetta verginità dopo che qualcuno le ha scalate? Davvero salire, denominare e cartografare una montagna significa svelarne il mistero, togliendo qualcosa a chi verrà dopo? O siamo noi, piuttosto, ad essere permanentemente schiavi della logica astratta della “prima” e della “conquista”, quasi che i tempi coloniali della spartizione della terra secondo la regola di chi arriva primo (ignorando gli abitanti millenari dei luoghi) non fossero tramontati da un pezzo? E infine: davvero l’esplorazione passata può averci dato un’immagine esauriente del mondo, quando per secoli è stata condotta dall’ambizione, dalla brama di gloria, di conquiste e di ricchezze, o, più recentemente, dall’ossessione della prestazione sportiva?
La mia conclusione è che esplorare non ha niente a che vedere né col giungere per primi in un luogo, né col conquistarlo. Significa semmai stringere con il territorio una relazione nuova, concreta, originale, interpretando la realtà così come appare a noi, consci che nessuna cultura, per quanto progredita, può possedere integralmente la realtà di un paesaggio: chi è venuto prima e chi verrà dopo ha colto e coglierà elementi e significati che a noi sfuggono del tutto, e viceversa. Se l’esplorazione della terra e delle montagne da parte dei “conquistatori” ha seguito un punto di vista molto parziale, nulla ci obbliga a perpetuarlo; possiamo ricominciare da capo, con occhi nuovi, e forse fare scoperte anche più rilevanti di quelle del passato.
Ma come realizzare questa possibilità? In ogni campo della conoscenza esistono molti modi per inventare percezioni capaci di rivelare aspetti sconosciuti della realtà. Nella mia personale ricerca una tappa decisiva è stata la traversata delle Alpi del Lyngen, nel nord della Norvegia, compiuta nel giugno 1999 in compagnia di Mario Baumgarten. Le Lyngsalpene sono una catena montuosa dalla morfologia molto aspra, tutta picchi rocciosi e ghiacciai, priva di rifugi e di sentieri, lunga circa cento chilometri in linea d’aria e circondata dai fiordi; è ben cartografata, le cime sono state scalate da tempo ed è già stata teatro di alcune traversate integrali. Tuttavia, noi l’abbiamo percorsa da un capo all’altro rinunciando alle mappe – senza averle con noi e senza studiarle prima di partire – e facendo a meno di informazioni, di qualsiasi strumento per l’orientamento, dell’orologio e di mezzi di comunicazione con l’esterno. Ci siamo perciò inoltrati nella catena montuosa come se nessuno l’avesse mai vista prima dall’interno: le cime, i ghiacciai, le valli, per noi sono tornati tutti senza nome; da ciascuna delle oltre venti creste che abbiamo scavalcato nel cercare una via, ogni volta ci è apparso davanti un mondo nuovo, inaspettato, come appena creato; ed è toccato a noi interpretare a vista quella realtà primigenia

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