Esploratori all’incontrario (seconda parte)

Ancora, dopo il primo giorno di marcia, nella notte nordica senza buio, sento la pioggia ticchettare sulla tenda, ora calma e leggera, ora a scrosci, sospinta dalle raffiche di vento. A tratti il telo è scosso con violenza preoccupante e allora, istintivamente, cerco il suono rassicurante di un’altra pioggia: quella della memoria. Quante notti chiare e tempestose ho passato su altre montagne della Norvegia, accampato tra erbe e licheni bagnati di gocce infinite, sotto betulle grondanti, tra placche di rocce scure percorse dall’acqua, in mezzo a ghiacciai capaci di assorbire senza fine i rovesci del cielo nella propria neve, ascoltando nel dormiveglia quel ticchettio variabile che pareva dirmi: dormi tranquillo, questo è il suono della natura che continua a rinnovare la vita, è il suono materno che alimenta il divenire della terra? Ascolto: da qualche momento ha smesso di piovere; ora nella calma si distingue un suono di acque, remoto, che sale da un torrente o da una cascata invisibili; ed è come vedere lo spazio dilatarsi in un susseguirsi di paesaggi percorsi in giorni lontani, immersi in un simile scroscio. Nella bellezza del lieve sollevarsi delle nubi, che mi sembra di scorgere a occhi chiusi nella tregua della pioggia, c’è la rassicurazione che nulla dura troppo, che tutto varia; che se sapremo attendere, le perenni modificazioni del cielo e dello stato del terreno offriranno ogni giorno il momento giusto per scoprire dove andare. È dalla memoria della terra che viene la fiducia, anche se ciò che stiamo facendo ci è nuovo; anche se per la prima volta ci troviamo senza mappe, informazioni e strumenti fra montagne e ghiacciai tanto impervi e sconosciuti, resi ancora più selvaggi dal grande disgelo di giugno, quando i corsi d’acqua in piena e le nevi molli respingono visite e tracce umane.
Con la strana sincronia che si ritrova quando si è senza orologio, a una cert’ora sentiamo tutti e due che è il momento di ripartire, così come lo sente la pioggia, che ora ticchetta sui nostri cappucci, sugli zaini pesanti, sulle nostre orme affondate nella neve. Il territorio ci accoglie dentro circhi grandiosi, in valli chiuse e paludose; durante un’effimera schiarita serale ci attrae fin su una cima bianca fatta di un ghiacciaio a zampa di leone, di un gianduiotto immenso di neve che si fa scavalcare sul suo dorso regolare, di una spirale lucente che sale ad affacciarsi su un terrazzo di cornici, aperto su un enorme baratro. Cerchiamo di decifrare il labirinto di creste, di pareti, di canali, di calotte, di valichi che sorgono in una fusione straordinaria estesa verso nord fin oltre l’orizzonte: è là in mezzo che vorremmo andare, fino al digradare della catena nel mare. L’aver reinventato tante montagne senza nome ci riempie di meraviglia. Presto però la loro presenza ci lascia intuire un fatto assai più rilevante: la vera comprensione di questo scenario non si troverebbe comunque in quei nomi che non conosciamo; essa dipende, senza alternative, dalla capacità di cogliere le relazioni tra gli infiniti elementi che compongono il paesaggio. Privi dell’illusione di sapere che ci darebbero nomi e quote, proprio ora riceviamo più forte lo stimolo a comprendere.

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