L’estasi della corsa selvaggia

C’era una volta. oltre cinquecento milioni di anni fa, su un pianeta Terra dove il disegno dei continenti e di mari non assomigliava per nulla a quello di oggi, una comunità di viventi che ancora non si era suddivisa nella varietà dei regni naturali delle ere più recenti. In quel tempo lontano, non esistevano nè zampe, nè gambe, nè ali nè pinne: nessuna creatura camminava, galoppava, correva, s’arrampicava, volava o nuotava nel senso riscontrabile oggi. Anzi, tutti quei microorganismi vivevano sospesi nell’acqua o immersi in ambienti umidi, trasportati nello spazio liquido da correnti e moti connettivi, spostamenti a cui contribuivano solo piccole vibrazioni o pulsazioni.

In quell’epoca così divesa dall’attuale Olocene e da cui pre veniamo, i viventi incontrarono un bivio evolutivo cruciale verso il popolamento delle terre emerse, dell’atmosfera e degli immensi spazi oceanici. Anche se nessuna speciae attuale era là “di persona”, quello che accadde a quel crocevia e la strada che presero i nostri antenati mezzo miliardo id anni dopo sarebbero rimersi nel cuore della ricerca e dell’inquietudine della specie terrestre dall’animo più complesso: nelle filosofie, nelle religioni, nella poesia, negli slanci e nei tormenti interiori, nella politica e nello sport.

Già da tempo la vita aveva scoperto il segreto per realizzare la sua eterna utopia: vivere di luce in un regno di pace. Le cellule di alcuni organismi avevano acquistato la capacità di compiere la sintesi clorofilliana, assorbendo l’energia luminosa inviata spontaneamente dal sole e immagazzindandola per il proprio nutrimento. (…)

Senza aver bisogno di denti, muscoli, arti, nè di camminare o correre. Se l’evoluzione non avesse incontrato anche una via più aggressiva nella ricerca di energia, in questo immaginario Eden la vita avrebbe potuto essere prosperare in fomra contemplativa, senza che nessun organismo mangiasse gli altri, senza violenza, senza predatori e prede, senza inseguimenti e fughe, senza guerre.(…)

Il Regno degli animali si è esteso a tutto il pianeta sovrapponendosi a quello delle piante. Rapidamente i corpi e le psicologie delle specie animali hanno dovuto divenire ben diversi da quelli stanziali delle piante: hanno sviluppato muscoli, scheletri, organi e strategie comportamentali da atleti, necessarie per andare in cerca di energia immagazzinata in corpi vegetali e animali. Gli atleti naturali nascono come predatori e prede, scattanti e reisstenti, o come raccoglitori capaci di raggiungere risorse con gesti acrobatici. E’ così che, dai tempi in cui si affermarono queste trasformazioni, atletici animali guizzano nei mari e nelle acque dolci, sfrecciano nel cielo, galoppano sui continenti, balzano di ramo in ramo. In una varietà fantasiosa di gesti e di passi si è evoluta la corsa selvaggia.

(da L’estasi della corsa selvaggia per Ediciclo Editore)

 

 

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